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Nov 26, 2018

JoinPad: semplificare la produzione con la realtà aumentata

Intervista a Marco Rubin, fondatore e ceo dell'azienda italiana leader nell'applicazione dell'AR in campo industriale, e uno dei protagonisti di Futureland 2018

Un videogioco come Pokémon GO l’ha fatta conoscere anche al grande pubblico, ma la realtà aumentata ha un ruolo sempre più importante – destinato ad aumentare sempre più in futuro – nei processi di innovazione delle aziende. Non è dunque un caso che, assieme alla ‘compagna’ realtà virtuale, alla Blockchain e all’Intelligenza Artificiale, fosse uno dei temi al centro della due giorni di Futureland 2018. Ed è proprio in occasione dell’appuntamento organizzato da Talent Garden – dove è salito sul palco in qualità di speaker – che StartupItalia! ha incontrato Mauro Rubin, che con la sua azienda JoinPad, di cui è amministratore delegato, è uno dei protagonisti italiani dell’applicazione della realtà aumentata in campo industriale.

Per cominciare, come spiegherebbe in modo semplice cos’è la realtà aumentata?

È quella tecnologia che ci permette di ottenere informazioni rilevanti semplicemente indossando degli smart glasses o utilizzando un telefono: inquadrando un oggetto con questi strumenti, la realtà aumentata ci permette di riconoscerli e acquisire attraverso l’applicazione tutte le informazioni che li riguardano.

 

In che modo JoinPad utilizza questa tecnologia?

Per semplificare processi industriali: manutenzione, logistica, supporto remoto. Attualmente il tempo speso nel ricercare le informazioni per compiere questi processi è estremamente lungo: quello che noi facciamo è cambiare il paradigma classico, in cui una persona che non sa come completare un task deve andare a cercare l’informazione su un manuale, su un’applicazione, su un video. Noi trasformiamo l’informazione rendendola intelligente a sufficienza affinché l’informazione stessa trovi la persona giusta al momento giusto.

Ci può fare un esempio pratico?

Prendiamo il caso in cui i debba cambiare il toner della stampante e non sappia come fare. Indosso un paio di occhiali o inquadro la stampante con lo smartphone, l’algoritmo capisce il compito che devo svolgere e mi indica  – direttamente sulla stampante – degli ausili visivi, degli oggetti virtuali in realtà aumentata che mi aiutano nelle procedure. L’algoritmo quindi è in grado di riconoscere il contesto, e di fornire tutte le informazioni adatte a quella situazione. Nel caso di un problema che si verifica per la prima volta è poi possibile utilizzare sistemi di assistenza remota: si avvia una chiamata con un operatore che può aggiungere informazioni virtuali in tempo reale su quello che il tecnico sta guardando dal vivo, magari aggiungendo una freccia per indicare il cavo giusto su cui lavorare.

 

Il vostro sistema è stato sviluppato tutto internamente?

Sì, nonostante i framework ARCore di Google e ARKit di Apple abbiano democratizzato la realtà aumentata tra gli sviluppatori, noi non utilizziamo tecnologie di terze parti, sia perché i nostri algoritmi uno perché sono specifici per il settore industriale, sia perché vogliamo continuare a garantire ai nostri clienti il controllo del know-how tecnologico, senza rischiare di avere delle parti di codice gestite da terze parti che noi non controlliamo.

Leggi anche: Futureland, al TAG due giorni di dibattito tra AI e Blockchain. Intervista a Mariana Pereira (Darktrace)

Come è nata JoinPad?

Io ho iniziato a scrivere codice a 11 anni, però non ho mai visto la programmazione come un lavoro, tanto è vero che a 18 anni ho lasciato il Liceo e mi sono arruolato nell’esercito. Ho fatto 3 anni nei paracadutisti, e durante quel periodo ho incontrato la realtà virtuale in uno dei primi simulatori. Poi ho ripreso gli studi, e dopo aver lavorato in realtà grandi come Accenture, ho capito che quell’ambiente mi andava un po’ stretto. Non trovando una società innovativa che mi attirasse, ho deciso nel 2010 di fondarne una. Otto anni fa vendere applicazioni in realtà aumentata era molto complesso, c’era molta diffidenza. In più, abbiamo iniziato a farlo in Italia e quindi il salto è stato triplo in termini di difficoltà, perché questa tecnologia suscitava un grande interesse, ma anche un enorme timore di investirci sopra. Si cercava di ridurre al minimo il rischio per il manager che doveva prendere la decisione, cosa che per esempio negli Stati Uniti non avviene. Lì le difficoltà sono state altre.

Quali?

Il fatto di dover avere una sede in loco. Quando ancora non l’avevamo – ora siamo presenti a Dallas e San Francisco – abbiamo perso una commessa enorme con un cliente di cui pure soddisfavamo tutti gli standard in termini di prestazioni e qualità. Nel resto del mondo gli europei sono ben visti ovunque, ma per poter fare concretamente business – e questo vale negli Stati Uniti, ma anche in Cina – bisogna avere una presenza nei paesi in cui si lavora. Noi ormai abbiamo creato diverse società e joint-venture in varie nazioni e questo ci ha aiutato tantissimo.

 

Oltre agli Usa, quali sono i mercati più importanti per JoinPad?

Quello brasiliano ci sembra molto promettente, e infatti abbiamo un ufficio a San Paolo, ma sicuramente il mercato più grosso in assoluto è la Cina: è la fabbrica del modo, e per noi che semplifichiamo processi industriali, una volta superati i gap culturali, quello è il target. Anche il Giappone, poi, è molto interessante: Cina, Giappone e Corea hanno un’attitudine ad usare la tecnologia estremamente più evoluta della nostra, non solo in termini di diffusione, ma anche di età. Si possono vedere persone di settant’anni comprare frutta e verdura pagando col cellulare, e per loro è naturale così come per noi è difficilmente immaginabile.

 

Chi sono i vostri clienti? E che dimensioni hanno?

Fino a qualche anno fa la realtà aumentata era una tecnologia molto costosa, oggi anche le piccole imprese possono permettersi di utilizzare queste soluzioni, che sono diventate – in termini di prezzo –  quasi una commodity: per intenderci, può costare molto di più una licenza Sap rispetto a un’applicazione di realtà aumentata. Lavoriamo con clienti di tutte le dimensioni – da realtà più piccole a giganti come Epson, T-Mobile, Eni, Alstom – perché le nostre applicazioni consentono di gestire meglio task complessi, quelli nei quali  le aziende spendono più soldi per fare manutenzione e che quando smettono di funzionare, creano dei grossi problemi alla produzione e quindi un aumento dei costi.

 

Quali sono i vostri prossimi obiettivi di business?

Il nostro giro d’affari sta crescendo molto: se all’inizio avevamo un bacino di clienti ristretto, dal 2014 abbiamo iniziato a raddoppiare il fatturato anno dopo anno, con un trend crescente, e ormai – lo dice Tom Emerich di AWE, la principale community di professionisti dell’XR – siamo tra le prime 5 società al mondo nel settore industriale. Per quest’anno puntiamo a raggiungere un fatturato di 1 milione di euro, mentre nei prossimi l’obiettivo è sui 2,5-3 milioni, perché proprio nel 2018 abbiamo raggiunto due obiettivi: aprire all’internazionalizzazione con le nuove sedi in giro per il mondo, e penetrare finalmente il mercato cinese.

 

 

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