Massimo Fellini

Massimo Fellini

Apr 3, 2017

La startup che cura i bambini con ritardo cognitivo. WATCh-ME (Bioupper)

Il progetto di Livio Provenzi ha sviluppato un dispositivo per la cura dei bambini con ritardo cognitivo. Consente di supportare l'intervento riabilitativo a casa, coinvolgendo in modo attivo i genitori

Un dispositivo per la cura dei bambini con ritardo cognitivo che consente di supportare l’intervento riabilitativo a casa, coinvolgendo in modo attivo i genitori. Una sfida complessa, soprattutto per i potenziali investitori, in un ambito molto particolare del settore delle scienze della vita. Ma anche un impegno nobile e coraggioso, persino necessario, perché la tecnologia applicata al ritardo cognitivo, può regalare speranze e aprire spazi di azione inimmaginabili fino a pochi anni fa. Ne abbiamo parlato con Livio Provenzi, uno degli ideatori di WATCh-ME, startup fra fra le 10 accelerate da BioUpper, progetto biotech di NovartisFondazione Cariplo, in collaborazione con Polihub e Humanitas.

Che tipo di formazione avete e da quali ambiti provenite?

«WATCh-ME (Wearable Attention Training for the Child-Mother Environment) è un progetto di innovazione tecnologica che nasce presso il Centro 0-3 dell’Istituto Scientifico IRCCS Medea. Il concept di utilizzare innovazione tecnologico in ambito riabilitativo con bambini affetti da ritardo del neuro sviluppo nasce quindi da una esigenza clinica rappresentata nel team da me e Lorenzo Giusti, psicologi, terapeuti e ricercatori. Grazie all’evento Hackathon di Hacking Health 2016 a Milano il concept di WATCh-ME ha ricevuto il supporto di diversi attuali membri del team, che comprende competenze multi-disciplinari: design, ingegneria, fisica, marketing e business».

Come siete venuti a conoscenza di BioUpper e come vi siete preparati alle selezioni?

«Conoscevamo BioUpper da fuori. Sapevamo che era un collettore di startup sul territorio Milanese e un incubatore di innovazione tecnologica ad ampio raggio. Però credo che nessuno di noi avesse inizialmente pensato di puntare a BioUpper. Personalmente, come ricercatore, pensavo di trovare all’Hackathon di Hacking Health Milano 2016 buoni suggerimenti per realizzare un device per la riabilitazione. In realtà, quello che BioUpper vuole dire, oggi, per noi di WATCh-ME, è l’opportunità di sviluppare un business che vada oltre il valore clinico e che, attraverso una buona idea clinica e scientifica, possa diventare un business interessante per il team e per chi avrà bisogno del nostro prodotto».

Che cosa manca alla vostra idea per misurarsi in maniera competitiva col mercato?

«Essendo nati come gruppo poco più di due mesi fa, essere presenti alla finale di BioUpper è per noi un motivo di orgoglio importante. La settimana intensiva di BioUpper e il confronto con diversi professionisti del settore è stato fondamentale per farci crescere, e ora sentiamo di poter competere con maggiore credibilità e fiducia. Quello che ancora ci manca per raggiungere un’adeguata competitività è una maggiore capacità di muoversi nel mondo del legal con consapevolezza e acquisire strumenti più efficaci per attrarre i finanziamenti necessari per il testing e il go-to-market».

Fino ad oggi che difficoltà avete incontrato per trasformare un’idea biotech in un progetto imprenditoriale con difficoltà a reperire budget?

«Attrarre finanziamenti resta uno degli obiettivi più complessi da raggiungere. L’idea che sta alla base di WATCh-ME è clinicamente utile e si fonda su prove empiriche scientificamente provate nell’ambito della riabilitazione pediatrica. Tuttavia, il valore clinico e la dimostrazione empirica sono necessari, ma non sufficienti. Gli investitori hanno bisogno di capire fino a che punto possono credere in un progetto che si colloca all’interno di un ambito molto particolare del settore delle scienze della vita (la riabilitazione pediatrica). La sfida è diventare credibili per gli investitori anche se ci muoviamo in un settore che per numerosità della popolazione target non è generalmente appetibile come progetto imprenditoriale per i privati».

State perfezionando un dispositivo per la cura dei bambini con ritardo cognitivo che consente di supportare l’intervento riabilitativo a casa coinvolgendo in modo attivo i genitori. Come nasce questa idea e come si è sviluppata fino a qui?

«Il progetto nasce presso il Centro 0-3 dell’istituto Scientifico IRCCS Medea di Bosisio Parini, sotto la supervisione scientifica e clinica del dottor Renato Borgatti, neuropsichiatra infantile, e del dottor Rosario Montirosso, psicologo e psicoterapeuta. L’istituto IRCCS Medea ha una lunga tradizione nel campo della riabilitazione di bambini con ritardo del neuro sviluppo ed è l’unico istituto riconosciuto in Italia per la diagnosi, la cura e la ricerca in questo ambito. All’interno di un contesto di eccellenza, WATCh-ME è nato inizialmente come risposta ad una serie di bisogni in cui convergevano sia le necessità cliniche del gruppo di intervento precoce Centro 0-3 sia le richieste dei genitori di avere l’opportunità di dare continuità al lavoro riabilitativo a casa. Come psicologici sappiamo quanto è importante garantire la continuità di cure per questi bambini e i loro genitori. I ricoveri brevi e gli interventi intensivi da soli spesso non bastano. Tuttavia, riteniamo sia importante che i genitori continuino a fare i genitori, senza snaturarsi e diventare riabilitatori. È importante che le mamme e i papà di questi bambini possano contribuire al loro sviluppo pur mantenendo centrale il loro ruolo insostituibile e il diritto a sostenere i figli attraverso attività di gioco il più possibile gratificanti e piacevoli. La vision di WATCh-ME è questa e possiamo spiegarla brevemente con due frasi, che sono un po’ il nostro motto: “let the parents be parents” e “there is no place like home».

In che modo il programma di accelerazione BioUpper sta incrementando le vostre competenze? In quali ambiti e con che tipo di impegno e competizione?

“BioUpper è stato per noi un’iniezione di competenze a tutto tondo. Nessuno di noi aveva mai dato avvio o fondato una start-up per cui è stata una grande scoperta. Qualche volta esci dalle giornate di formazione di BioUpper con le ossa rotte e devi essere pronto a rivedere la tua idea. Ci sono molte variabili da tenere in considerazione e per fortuna abbiamo un team multi-disciplinare e persone che sviluppano un pensiero laterale e che non si innamorano della prima idea. Le esigenze di mercato e i tempi del business non sono gli stessi della ricerca scientifica e spesso questo può diventare un ostacolo o un’opportunità. Quello che più di tutto stiamo facendo grazie a BioUpper è ruotare gli ostacoli che incontriamo fino a che non diventano nuove porte per portare WATCh-ME sempre più vicino alla sua realizzazione e al go-to-market”.

Cosa vi aspettate concretamente alle fine di questo percorso? In caso di vittoria, quali saranno i primissimi passi che realizzerete con i voucher del premio?

«La premessa doverosa è che abbiamo solo due mesi di storia alle spalle e che ancora molto lavora ci aspetta, su tutti i fronti. Però credo che se WATCh-ME è stato in grado di vincere ben tre premi nella sua vita “neonatale” allora possiamo credere che l’idea e il concept siano forti e che dando concretezza maggiore alla nostra società sul piano legale e del business plan possiamo puntare a fare un’ottima impressione. Di fatto, grazie a BioUpper abbiamo potuto anche incontrare potenziali finanziatori che potrebbero diventare per noi partner e sponsor ideale per lo sviluppo di WATCh-ME, al di là dell’esito di BioUpper. Certamente, una volta arrivati alla finale dove aver cominciato “quasi per gioco”, ora vogliamo andare fino in fondo. Se dovessimo vincere uno dei tre premi di BioUpper ci muoveremo con decisione sull’avvio del beta-testing e sull’avvio della campagna di marketing. L’obiettivo è sempre quello di arrivare in casa di tutte le famiglie che aspettano WATCh-ME per migliorare la propria qualità di vita il prima possibile».