«Con la Cloud Collaboration Platform si può scalare a livello globale». Goecke (Cisco)

Jason Goecke, ex startupper e ora responsabile per Cisco del team, lavora sulla Cloud Collaboration Platform, piattaforma aperta per gli sviluppatori

Come i lettori di Open Innovation già sanno, Cisco è una delle aziende che si stanno dimostrando più aperte alla collaborazione con le startup. Uno degli strumenti principali per portare avanti quest’azione è Spark, piattaforma dove i protagonisti sono i developers. Ne abbiamo parlato con Jason Goecke, ex startupper e ora responsabile per Cisco del team che lavora sulla Cloud Collaboration Platform, una piattaforma aperta per gli sviluppatori.

Cisco

As co-founder, president and CEO of Tropo, Jason Goecke 

Cosa offre Cisco con la Cloud Collaborative Platform?

«Tutto si sposta sul cloud, c’è bisogno di una piattaforma per raggiungere i developer. Su questa, una volta che ci sei, hai tante opportunità totalmente nuove. Hai nuovi verticali, nuove applicazioni, nuovo spazio. E nuove funzionalità molto più veloci di quelle che avresti se fossi uno sviluppatore indipendente».

Cosa differenzia quest’iniziativa da altre simili?

«Con Cisco, tutti i servizi per i developers sono gratis, a partire da numeri telefonici, chiamate, API. Sai, in genere devi sempre pagare per qualcosa: ma è una filosofia che non ci appartiene. Il nostro è un investimento di lungo periodo. L’idea è di liberare gli sviluppatori. Cercare di fargli conoscere il sistema, cercare di capire quale può essere il loro business model, capire come usarlo, e quando finalmente cominciano a farci dei soldi, solo allora farli pagare. Non si tratta solo di imparare qualcosa a proposito di API e tecnologia, quanto di farci qualcosa di pratico. Un’altra delle ragioni per cui alle startup interessa ciò che stiamo facendo è che abbiamo un immenso canale vendite, con clienti dovunque. Altri possono aiutarti a costruire la tua user community – ma noi mettiamo a disposizione anche la nostra».

Qual è l’effetto sulla crescita della startup?

«Quello che ho visto, nella mia esperienza precedente a Cisco, è che se una grande azienda entra nella vita di una startup nell’early stage, questa comincia a impegnarsi con l’azienda. L’azienda ne scopre meglio i loro prodotti. E le startup evolvono in una maniera diversa da come avverrebbe senza l’intervento aziendale. Di fatto, con la piattaforma di Cisco diventa possibile scalare a livello globale. Una startup che aveva problemi e che ha usato la nostra piattaforma è Whatsapp. Abbiamo osservato da vicino la loro crescita esplosiva. Ho incontrato i founders a New York. Erano 8 persone, e ovviamente ora hanno un piccolo esercito ovviamente (ride)! Cisco, grazie a casi come il loro, ha realizzato che sviluppare l’innovazione era una strategia fondamentale per guardare avanti, abbracciando le startup fin dalla fase di vita iniziale».

Quindi la fase migliore per intervenire è proprio l’early stage.

«Sì, l’early stage, ma anche dopo… in differenti fasi di vita di una startup si può avere a che fare con loro, ci sono sempre nuovi motivi per cui ne hanno bisogno, dalle api all’IoT. Molto riguarda il creare una mentalità condivisa nella comunità dei developers, come in quella delle startup».

In questa mentalità l’aspetto scientifico-tecnologico e quello di business vanno in parallelo. C’è un lato tech e ce n’è uno di business.

«Un sacco di gente ha questa percezione, che il coinvolgimento degli sviluppatori dipenda dal set di tecnologie messo a disposizione. Certo, alcuni di loro sono qui per questo – ma la maggioranza è con noi per costruire un business, una carriera. Lo vediamo con Spark. Spark, piattaforma di collaborazione sul cloud, è un modo totalmente nuovo di fare business. Le API aperte e l’ecosistema dei developer stanno guidando il coinvolgimento sulla piattaforma. Non si tratta solo di chattare l’uno con l’altro. Si tratta di interagire con i miei backing systems, i mio team, e con tutto il workflow dei processi di business. Questo succede solo se hai una piattaforma aperta dove i developers possono entrare ed esseri liberi di lavorare su tutto in maniera molto personale, o standard. Non avremmo così tanto successo senza una forte community di developers».

Ci puoi raccontare un esempio di successo?

«Un esempio è Tagnos. C’è una grande iniziativa negli Stati Uniti per migliorare l’esperienza del paziente nelle cliniche ospedialiere (clinical care hospitals). Tagnos è una combinazione di IoT e soluzioni di collaborazione. Migliora il percorso del paziente creando in automatico delle room di Spark per lo staff dell’ospedale, per vedere e commentare come sta il paziente. Al loro lavoro si aggiungono, come strumenti, dei servizi sms e chiamate vocali di Tropo».

Puoi farci anche un altro esempio, stavolta al di fuori degli Stati Uniti?

«Posso citarti la Net Academy. Andiamo nei paesi in via di sviluppo e aiutiamo a crescere delle persone che così faranno carriere nella tecnologia a cui altrimenti non potrebbero avere accesso. C’è tutto l’aspetto del capitale umano qui. Ed è un mutuo beneficio, perché c’è sempre scarsità di talenti nel tech. È una grossa spinta per quello che facciamo. L’idea del “giving back” è simbiotica con l’entrata nelle comunità dei developer e delle startup. Più talenti nel mondo tech, più imprenditori… fa crescere l’intero ecosistema».

La scarsità di talenti è evidente qui in Italia.

«È così dappertutto. In Silicon Valley, con così tante aziende attive in così tanti settori, il talento è davvero difficile da trovare. Bisogna dalla scuola, per mettere le persone sul sentiero delle materie STEM».

Il business del tech si è espanso rapidamente, l’accademia non gli è stato dietro con la stessa velocità…

«Oggi nell’economia tutti vogliono avere un contatto col coding. Presto a tutti sarà richiesto di imparare il coding, dal settore vendite agli account, si faranno dei corsi. Perché è una cosa basica da capire. È molto più approcciabile di quello che crede la gente. Si pensa che ci sia bisogno di una carriera accademica – ma io stesso ho abbandonato gli studi! (ride) – ma l’importante è farsi coinvolgere. Più possiamo spenderci a diversi livelli per avvicinare la gente a capire la tecnologia, meglio sarà. Non si tratta solo di diventare coder, ma di capire la tecnologia».

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