Cos’è l’open innovation 2.0 e 12 principi per attuarla

Rompere le distanze tra università, industria, governi e comunità per dare risposte alle sfide della società: in 12 parole chiave un diverso (e più veloce) approccio con l’innovazione

Si chiama open innovation 2.0 ed è un nuovo modo di fare innovazione che rompe le distanze tra università, industria, governi e comunità. E lo fa sfruttando le nuove tecnologie, come cloud computing, Internet delle cose, big data. Lo scopo è risolvere nuove sfide della società, creare nuove opportunità sostenibili e redditizie, in modo più veloce e agile di prima. Quali sono i 12 principi per attuare questo modello? Li svela il sito Nature.

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High Tech Campus Eindhoven di Philips – credits eindhoven.startupweekend.org

Nel living lab di Intel il progetto anti-inondazioni

Si parte dai living lab, i tradizionali centri di ricerca delle aziende si aprono alla comunità. I nuovi mezzi di comunicazione hanno diminuito i costi di dispositivi connessi e facilitato lo scambio di informazioni ed idee. I living lab diventano luoghi condivisi dove collaborano tante aziende di diversi settori, in costante contatto con le università e le persone che dovranno adottare le soluzioni, provarle, suggerire dei miglioramenti o bocciarle. In un approccio lean “fail fast e scale fast”.
Alcuni big hanno già adottato il modello. Come Philips che ha convertito il suo centro di ricerca a Eindhoven, che aveva 2.400 impiegati nel 2001, in un campus aperto (High Tech Campus) che oggi ospita 14 aziende e 10 mila ricercatori. O come Intel che a Dublino ha creato living lab per coinvolgere la comunità, le aziende e le università, per provare un progetto pilota che misura la caduta di pioggia e dei livelli di fiume per scongiurare i rischi di inondazioni.  E ancora IBM ed Ericsson che collaborano con KTH Royal Insitutite of Technology per creare bus a guida automatica a Kista in Svezia.

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KTH Royal Insitutite of Technology – credits studyinsweden.se

L’open innovation 2.0 in 12 punti

1. Scopo. Su quali soluzioni lavorare? Quali le maggiori esigenze di una comunità? Il modello parte da qui, dalla ricerca di obiettivi realizzata con un incontro tra tutti gli attori dell’innovazione (università, aziende, comunità, amministrazioni).

2. Partnership. Tutti gli attori fanno accordi per allineare scopi, aumentare le risorse, accelerare il progresso e attenuare i rischi.

3. Piattaforme. Necessario poi stabilire un ambiente per la collaborazione su piattaforme che devono essere integrate e modulari con alti standard di sicurezza, fiducia e privacy.

4. Opportunità. I ritorni dell’innovazione non vengono dal prodotto, ma dal modello di business che riesce a offrire vantaggi a tutti gli attori coinvolti, in un sistema che coniuga sostenibilità, vantaggi per la comunità e redditività.

5. Strategia. È l’adozione lo scopo dell’innovazione, non la creazione del prodotto. Per favorirla bisogna puntare su utilità, facilità d’uso, user experience e scalabilità dell’idea.

6. Partecipazione dal basso. Un buon modello di open innovation 2.0 consente agli utilizzatori della soluzione di partecipare alla creazione del prodotto. Lego, per esempio, spinge i bambini a sottoporre proposte per nuovi prodotti che poi vengono sottoposti al voto della community. Se almeno 10mila la sostengono, la soluzione viene vagliata. Se adottata gli inventori ottengono l’1% delle royalty.

7. Problemi. L’innovazione nasce dall’identificazione di un problema. I ricercatori in questa fase collaborano con le comunità per identificare i problemi e cercare soluzioni. Opportuno qui creare una road map precisa per velocizzare il processo.

8. Prototipazione. Le soluzioni vanno testate e migliorate attraverso una sperimentazione rapida. L’idea è di capire se una soluzione è applicabile subito, riducendo i rischi di fallimento e rivelando i punti deboli.

9. Progetto pilota. Una volta testata la validità del modello partono dei progetti pilota su piccola scala.

10. Prodotto. Il prototipo va poi convertito in un prodotto o servizio capace di scalare velocemente attraverso nuove tecnologie come il cloud computing.

11. Prodotto più servizi. Il prodotto non avrà successo se non sarà accompagnato da tutta una serie di servizi collaterali per migliorarne la sostenibilità e redditività.

12. Processo. L’innovazione è un sport di squadra. Organizzazioni, ecosistemi e comunità devono misurarne l’impatto, raccogliendo dati per dimostrarne la sostenibilità.

Il ruolo dei governi e dell’Europa

Nature sottolinea infine l’importanza dei governi e della UE nel favorire l’innovazione, spostando l’attenzione sui problemi importanti da risolvere: «L’Unione Europea dovrebbe creare un European Research Area dove favorire la collaborazione, concentrare gli strumenti di finanziamento sull’innovazione, mentre i governi devono adottare incentivi (prestiti, riduzione delle tasse) da offrire agli attori dell’innovazione sulla base della maturità del progetto». spiega Nature che conclude sottolineando che la tecnologia è pronta al grande salto. Il problema semmai è capire se lo siamo noi.

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