Stefania Leo

Stefania Leo

Mag 6, 2016, 7:00am

Cosa ci fa capire l’exit di 20Lines sul futuro (incerto) dell’editoria italiana

Un'exit di 20Lines in realtà racconta le gravi difficoltà che una startup può avere oggi nel mondo dell'editoria. E in futuro cambierà il modo in cui intendiamo il mercato dei libri

Lo scorso 18 febbraio HarperCollins Italia ha annunciato l’acquisizione di 20lines, una piattaforma internazionale con 220 mila utenti dedicato alla scrittura e alla lettura. Il progetto è partito nel 2012 da una startup italiana fondata da Alessandro Biggi, Pietro Pollichieni, Marco Pugliese e Francesco Scalambrino. Acquisiti i lettori e la piattaforma, dopo un periodo di affiancamento, il team lascerà 20lines in mano al colosso editoriale americano.

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Vogliamo monitorare le tendenze dei lettori, dicono da HarperCollins

“L’acquisizione di 20lines permetterà ad HarperCollins Italia di ampliare i suoi canali di ascolto con il pubblico, andando a rafforzare quella che da sempre è la sua vocazione: instaurare un rapporto di interazione costante con i lettori, per capirne le esigenze e monitorare le tendenze in fatto di lettura”, spiega Paola Ronchi, Direttore Generale di Haper Collins Italia, già Direttore Generale di Harlequin Mondadori Italia. Monitorare i lettori, dunque, ma anche gli aspiranti scrittori: “Grazie a 20lines potranno avere un luogo dove mettersi alla prova che può tramutarsi in un trampolino di lancio. Potrebbe dunque diventare un canale privilegiato di scouting per autori italiani”.   

La strategia di HarperCollins in Italia

HarperCollins si è fatta notare in Italia acquisendo Mondadori Harlequin Italia (la divisione editoriale che pubblica i famosi Harmony), ma il suo raggio d’azione è molto ampio. Si va dalla narrativa alla general fiction, passando anche per un brand – eLit – che pubblica solo ebook. “Presto saremo aperti anche alla non-fiction”, dichiara Ronchi. Quindi definirlo “l’editore di Harmony” di fatto sarebbe un po’ limitante.

Inglobare l’asset tecnologico creato da Biggi & Co è una strategia che però non toglierà indipendenza alla piattaforma, promettono da HarperCollins: “20lines manterrà la sua autonomia nella gestione dei contenuti, potranno quindi essere indette attività in collaborazione tra editore e piattaforma, contest letterari. Ci sarà la possibilità di far interagire autori non strettamente HarperCollins e altri editori del panorama italiano”. 

Perché Biggi ha venduto 20Lines a HarperCollins

20lines è stata fondata nel 2012 dalla desiderio di Biggi di leggere di più: favole e racconti brevi da 20 righe al massimo era la formula ideale trovata dal team. 20lines oggi conta più di 220.000 utenti registrati, oltre 15.000 nuove storie pubblicate ogni mese. L’applicazione è disponibile in 7 lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo, tedesco, portoghese e russo) ed è stata riconosciuta da Apple tra le “Best Social Networking and Books Apps” in 96 Paesi. Biggi ha dichiarato che la scelta di cedere 20lines ad HarperCollins viene dalla voglia di affidare il progetto a una realtà internazionale che possa sostenerne la crescita. Che però, sin dalle origini di 20lines, non c’è mai stata.

La vendita degli asset tecnologici e le difficoltà di mercato di una startup

Non fatevi ingannare dai numeri: 220 mila utenti, se inattivi, equivalgono a nulla. Stando al registro delle imprese, 20lines s.r.l. è stata costituita con circa 15 mila euro di capitale sociale e nell’ultimo bilancio era in perdita. Così i 4 soci e i gruppi di investimento collegati all’azienda hanno messo in vendita gli asset tecnologici, cedendo ad HarperCollins il suo pacchetto utenti e la sua piattaforma. Questo però, se ben sfruttato, può essere un capitale importante.

Ma un grande gruppo editoriale può comunicare con i lettori e interagire?

Ma c’è una criticità: può un grande gruppo editoriale interagire in modo costruttivo con una community di lettori e scrittori? Colossi come Penguin Random House, hanno chiuso o venduto le loro piattaforme di self-publishing. “Il problema di queste realtà è la capacità di dialogare con la base”, spiega Antonio Tombolini, pioniere dell’editoria digitale in Italia e creatore di realtà innovative quali la piattaforma di produzione e vendita di ebook StreetLib.com (già Simplicissimus). “La gestione di quel tipo di comunità è molto complicata”

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Basti pensare che questa incompatibilità è emersa in modo lampante quando il sito ha voluto inserire brani scritti da autori famosi come Giorgio Faletti. “Certe operazioni costano, specie se a sostenerle è una startup”, dice Tombolini “forse questa scelta qui è stata una delle cause del declino, che ha mostrato anche una scarsa sensibilità nei confronti della community”.

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HarperCollins vuole trovare nuovi talenti, con 20Lines

“L’acquisizione di 20lines potrebbe permettere ad HarperCollins di scoprire nuovi talenti, ma solo se sarà in grado di affiancare alla piattaforma un team esperto di editoria e mettendo a loro disposizione un algoritmo magari in grado di filtrare la mole di materiale presente”, riflette Tombolini. A prescindere dalle azioni che metterà in campo HarperCollins, sembra delinearsi all’orizzonte uno scenario già visto. È il 2014: Mondadori acquisisce Anobii. Al grande clamore suscitato dall’acquisto della piattaforma dedicata alla lettura, fa seguito sostanzialmente il nulla.

La crisi dell’editoria, i grandi gruppi si fondono. E i piccoli rischiano di affondare

Il punto è che mentre i grandi editori combattono la crisi dura con le fusioni (vedi il caso Mondazzoli), i piccoli affondano. La crescita del mercato ebook in Italia – che oggi rappresenta il 9,4% del mercato – non sembra arrestare la morìa di piccoli editori (quelli con un venduto a valore di copertina inferiore ai 13 milioni di euro). E lampi di innovazione come quello di 20lines non sembrano poter smuovere i lettori italiani, diminuiti nel 2015 di ulteriori 848 mila unità rispetto all’anno precedente. “Nel mercato editoriale globale il player rimasto intoccabile nonostante tutti i cambiamenti che il settore sta vivendo è il distributore”, afferma Tombolini.

Cosa deve affrontare chi vuole scrivere (e stampare) un libro oggi in Italia

Per chi non fosse pratico di editoria libraria, è bene dire che tra lo scrittore e il lettore ci sono diversi attori. L’autore scrive un libro e (magari con l’aiuto di un bravo agente) lo presenta a un editore che, nella più rosea delle ipotesi, decide di pubblicarlo a sue spese. Dopo averlo stampato, il libro viene presentato a un promotore che si occupa di rappresentarlo presso i librai indipendenti e le librerie di catena. A consegnarlo nei suddetti negozi ci pensa il distributore. Fino a cinque anni fa promotori e distributori rappresentavano figure distinte, anche a livello societario. Esistevano diversi attori indipendenti come PDE da cui i piccoli e i medi editori si facevano rappresentare.

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I costi della pubblicazione e la “malattia” alla base del meccanismo

Oggi in Italia esiste un unico attore che si occupa di promuovere e distribuire i libri cartacei nelle librerie: Messaggerie, che ha acquisito o portato alla chiusura piccole sigle di distribuzione e promozione. Inoltre è cambiato anche il modello di business. Mentre prima si lavorava richiedendo “solo” una percentuale sul prezzo di copertina (circa il 60%), ora il meccanismo fa leva soprattutto sul costo di movimentazione dei libri. Lanciare un nuovo romanzo in libreria significa distribuire almeno 200 copie per avere una copertura accettabile su tutto il territorio nazionale (non parliamo di pile di libri, ma del singolo e invisibile volume a scaffale). Spostare quelle 100 copie dal magazzino del distributore alla libreria ha un costo. Dopo circa 30 giorni, se quelle 100 copie non sono state vendute, il libraio può usufruire del diritto di reso. Attenzione: non si trattata di una “malattia” solo italiana. In tutto il mondo i librai possono rendere i libri invenduti al distributore, che li riporterà nel suo magazzino e addebiterà all’editore il costo di movimentazione inversa. Se quel titolo avrà venduto 30 copie (il tasso di resa in Italia è del 70%), verrà addebitato all’editore il costo per lo spostamento di altre 70 copie, per un totale di 170 movimentazioni. Più il 60% di cui parlavamo prima. Chi ci guadagna in questo gioco? Fate voi i conti.

Prima o poi gli editori chiuderanno, e i piccoli già lo fanno: il futuro? Altre forme

“Prima o poi gli editori chiuderanno – i piccoli lo stanno facendo”, afferma Tombolini. “O si trovano altre forme di distribuzione del libro di carta (e noi ci stiamo provando, spingendo anche sul print-on-sale), o il sistema imploderà su se stesso. Il distributore dovrà mettersi dalla parte dell’editore e dell’autore, per ridurre al massimo le rese. Oggi più rese significa più ricavi per i distributori. Resto comunque convinto che gran parte di quello che oggi è cartaceo verrà sostituito dal digitale”, spiega ancora Tombolini. “Nel mezzo ci possono essere fenomeni che possono rallentare questo passaggio, ma il cartaceo per salvarsi deve puntare sull’altissima qualità del prodotto”. Carta e scrittura comprese.